Francesco Piccolo: tutto su Paz! il film su Pazienza

  Sceneggiare Paz! film di Renato de Maria tratto dai fumetti di Andrea Pazienza � stata l’ultima fatica di Francesco Piccolo. Oltre al cinema (sar� fra poco sugli schermi con la sceneggiatura dell’ultimo film di Virz�) Piccolo collabora con il settimanale �Diario� e , oltre a Scrivere � un tic. I metodi degli scrittori (minimum fax, 1994), ha pubblicato per Feltrinelli una raccolta di racconti (Storie di primogeniti e figli unici, 1996, premio Giuseppe Berto e premio Chiara), un romanzo (E se c�ero dormivo, 1998) e un racconto lungo (Il tempo imperfetto, 2000). Ecco cosa ci ha racconato in un piacevole incontro.

Parliamo subito dell’ultimo lavoro, cio� della sceneggiatura di Paz!, il film sulla vita del fumettista Andrea Pazienza. Com’� stato questo lavoro? E’ stato difficile ricostruire questo personaggio? Ha posto pi� attenzione al lato culturale o rivoluzionario di Pazienza?

E’ stato senz’altro difficile, soprattutto perch� era sfida e ci voleva molto coraggio a tentare di mettere in scena un personaggio del genere, sia dal punto di vista della qualit� artistica che dal punto di vista della qualit� biografica.

Poi c’� anche il fatto che il punto pi� difficile, ma anche quello da cui siamo partiti, � che la sua vita stava tutta dentro i suoi personaggi. E quindi abbiamo deciso prima di tutto di partire dai fumetti e raccontare i personaggi dei fumetti, non la sua vita direttamente, ma attraverso essi ricostruire la sua vita.

Pi� che difficile mi � sembrata una cosa che spaventasse, nel senso che � sempre difficile trasportare in un altro linguaggio la qualit� artistica di un autore di qualsiasi genere esso sia. In questo caso di fumetti, anche se � quasi limitativo dire che Pazienza � un autore di fumetti, pur essendo un disegnatore straordinario, anche se dal punto di vista culturale ha dato molto di pi� che dei fumetti.

Era anche un motivo per raccogliere la sfida e portarla avanti. Abbiamo tentato poi di mettere in scena la complessit� culturale, rivoluzionaria, soprattutto mi sembra ironico-decadente di Pazienza, perch� in fondo la sua grande capacit� di raccontare in diretta gli anni ’70 come se stessero gi� per finire e, nonostante questo, non renderli completamente tragici, ma renderli tali attraverso l’ironia esistente, tutto questo ci sembrava che fosse un plot non narrativo ma esistenziale molto forte. Infatti ce ne siamo fregati molto della narrativit� delle storie proprio in sintonia con Pazienza.

Soffermiamoci proprio sull’aspetto narrativo, cio� sul passaggio dal linguaggio dei fumetti a quello cinematografico. Come � stato questo “gap”? Sempre che lo sia stato.

Senz’altro lo � stato. Perch� � comunque un rapporto perdente il tentativo di portare i fumetti in un ambito non loro. Per� ci ha aiutato tantissimo la lingua di Pazienza. Ha 2 qualit� che si sono sposate ma che sono anche distinte: una � quella famosissima di facilit� nel disegno. Lui era un maestro anche per questo: chiunque abbia lavorato con lui sa che era una specie di Michelangelo che in 3 minuti poteva disegnare qualsiasi cosa. Questo per� ha in qualche modo offuscato l’altra sua qualit� che era quella linguistica: � stato uno dei primi in Italia a riuscire a fare una sorta di letteratura vicina al linguaggio che realmente di parlava.

E il cinema, per uno sceneggiatore, � soprattutto quel linguaggio, cio� far parlare quei personaggi. E quei personaggi avevano gi� le parole, avevano gi� un linguaggio adatto al cinema. E quindi da questo punto di vista � stato semplice. Casomai � stata l’espressivit� visiva quella pi� difficile che per� siamo riusciti a mettere bene in scena. L’altro elemento era senz’altro l’assenza di narrazione che noi abbiamo voluto aggredire invece di metterci paura e recedere verso una storia, addirittura scompaginado quelle storie e mettendole tutte insieme.

C’� un personaggio di Pazienza che preferisce?

Senz’altro Pentotal perch� ha 2 caratteristiche che mi sembrano vicine, che sono pericolose e affascinati al tempio stesso. Una � quella di immalinconirsi fino allo struggimento per amore e mi sembra una grande qualit�, appunto pericolosa. E l’altra � quella della nullafacenza: cosa che � molto rivoluzionaria in questo momento. Negli anni 70 era sopportabile anzi, addirittura praticabile. Oggi mi sembra impraticabile.

Contro ogni logica di marketing!

Esatto. Conto ogni logica di marketing Pentotal � un personaggio che vive la sua vita tra il letto e la strada in pantofole. In pratica non ha la forza di alzarsi dal letto. Per� ha sempre scatti improvvisamente creativi, perch� poi lui � l’alter ego vero di Pazienza che disegna fumetti. Insomma questa nullafacenza mi sembra fortemente rivoluzionaria, anticonformista. Non antimoderna, ma antireazionaria perch� in fondo c’� una modalit� reazionaria contro cui invece Pentotal si scaglia.

Beh� invece non mi sembra molto nullafacente. Non credo che lei sia di questa schiera visto che hai fatto diverse cose in ambito cinematografico, come scrittore di romanzi ecc ecc.

Per� � da l� che nasce la creativit� dall’ozio.

Bene. Volevo sapere proprio questo. Ti definiscono sempre come “esperto di scrittura creativa”. Ma esiste una scrittura creativa o � una tautologia dire questo e tutta la scrittura in quanto tale � creazione? E quindi, sei esperto di cosa? Che significa?

Beh, me lo attribuiscono gli altri. Semplicemente perch� ho tenuto corsi, ho insegnato, ho cercato di fare seminari sul racconto, sul romanzo. Accettare ogni scrittura come creativa � molto semplice ma � anche pericoloso, perch� sembra che la scrittura abbia una totale libert� istintiva. Questo secondo me non � vero. D’altra parte c’� un’altra verit� per cui la scrittura non si pu� insegnare, nel senso che io insegno, tu impari e diventi uno scrittore.

Quello che si pu� fare � dotare le persone di una conoscenza critico-tecnica che pu� renderle pi� consapevoli e quindi pu� fare esprimere la loro capacit� creativa al massimo o quasi al massimo. E’ come i grandi campioni che fanno allenamento ogni giorno: in fondo nessuno pu� insegnare a Nurayev quel talento che ha. Per� come l’ultimo ballerino dei saggi scolastici deve allenarsi, addirittura di pi� perch� bisogna avere una sorta di morbidezza, di elasticit� per raccogliere il proprio talento. Non si pu� insegnare ma tenere sveglio quella elasticit� cos� quando arriva qualcosa si � pronti.

Passiamo ora ad un altro libro del 2000 “Il tempo imperfetto”. Mi incuriosisce questa idea stravagante di “nascere vecchi” contro ogni logica di tasso di natalit� zero. Innanzitutto,lei ha contribuito ad accrescere il tasso?

Si, ho contribuito: ho una bimba.

Com’� nata questa idea?

E’ un libro nato quando aspettavo mia figlia. Un libro nato forse sulla sensazione della perdita definitiva di una certa giovinezza. L’unico passaggio adulto � avere un figlio, cio� essere responsabile di qualcuno: nella vita se non hai un figlio non sei responsabile di niente o comunque non sei mai responsabile definitivamente di niente. Invece un figlio ti fa diventare responsabile: � una sensazione che ho intuito subito quando ho saputo di aspettare un figlio, cio� che sarebbe arrivato un cambiamento definitivo.

Credo che abbia contribuito allo spavento che ha fatto nascere il libro: � un racconto filosofico che cerca anche di essere una finta non-accettazione della realt�, della vita che viviamo ma una concreta e profonda accettazione dell’idea di vecchiaia. Mi sembra che il mondo che sta proprio teorizzando la giovinezza definitiva e assoluta, la giovinezza come punto d’arrivo. Persistente, duratura e addirittura infinita. Mi sembra invece che ogni et� della vita debba essere consapevole e amata.

Ha scritto per diversi media, come la stampa, il cinema ecc ecc. C’� un amore in particolare? Predilige un aspetto della scrittura o � scrittura qualsiasi cosa?

Diciamo che parto dal prediligere la letteratura, dal raccontare storie. Sulla base di questo sono arrivato ad amare questa frammentazione d’interessi nel senso che � quasi il contrario della domanda. Io sono partita da uno e poi i sono aperto alle altre: sempre sulla colonna vertebrale della narrativit�. Quel che vorrei fare � riuscire a toccare i vari ambiti della scrittura sia perch� mi piace fare esperienza diverse, si� perch� credo che la narrativit� sia alla base. Sono partito da una scelta e adesso mi sto aprendo: � un momento in cui ci credo a questa apertura. Credo molto al fatto che mi da la possibilit� di far crescere tutti i generi . credo anche che poi mi richiuder� a cono sulla narrattivit�.

..magari in vecchiaia..

Si, magari in vecchiaia.

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Ezio Mauro: un direttore che lavora sotto al neon

Impeccabile nel suo completo blu, capelli perfettamente apposto e tono di voce pacatissimo. Non sapevo che faccia avesse Ezio Mauro, prima di vederlo ad un convegno sulla globalizzazione delle informazioni. Conoscevo solo il suo nome perch� l’ho sempre letto stampato sotto la testata di Repubblica, quotidiano che dirige.

Mi consolo: anche altri amici non conoscono il suo volto e, a conferma che la nostra ignoranza non � poi cos� grave, arrivano subito le parole di Mauro all’inizio del convegno : “La vita di un direttore � una vita sotto il neon”.

Niente ribalta o prima fila quindi per chi, come lui, � un deus ex machina di una grande testata. E, sotto il neon, il lavoro di direttore, secondo Ezio Mauro, � fatto di decisioni continue: bisogna formare una gerarchia informativa per capire cosa interessa o meno al lettore. Si deve quindi presupporre di conoscere l’opinione pubblica.

Inoltre Repubblica, come spiega Mauro, per conoscere meglio i propri lettori si avvale da quattro anni di un enorme apparato statistico: vengono fatte delle indagini sull’indice di interesse e di lettura degli articoli pubblicati. E ogni mattina alle 10, sul desk di Mauro, c’� la pagella degli articoli pi� letti: una specie di termometro informativo dell’opinione pubblica.

Dalle parole di Ezio Mauro infatti, Repubblica sembra essere esclusivamente basata sulle esigenze dei lettori, nel puro spirito di un marketing customer oriented. Nessun altro tipo di “orientamento”: con fermezza Ezio Mauro dice di non sapere quale sia la linea politica di Repubblica. Inoltre non vuole nessun pettegolezzo nel suo quotidiano visto che di solito vengono usati come strumento irresponsabile per fare maldicenza.

Dal mestiere di giornalista, Ezio Mauro arriva a toccare temi di grande interesse come quello della globalizzazione,raccontandoci un episodio stranamente ironico con Alessandro Baricco. Lo scrittore torinese, dopo aver pubblicato un’inchiesta su Repubblica sulla globalizzazione, ha chiesto a Mauro: “Ma tu sei sicuro che esiste? L’hai mai incontrata la globalizzazione?”.

Sicuramente Ezio Mauro non l’ha mai incontrata quando era corrispondente da Mosca. “I giornali mi arrivavano con 5 giorni di ritardo. Mi dovevo sempre organizzare empiricamente”. E dai ritardi tecnologici di Mosca, si arriva a parlare di internet. La domanda � nell’aria, si percepisce: tutti vogliono sapere se il giornale cartaceo sparir�.

“Io sono prete di questa chiesa” risponde Mauro “Credo nel giornale di carta. Il giornale non sparir�. Questa � una profezia fatta gi� due volte, per il telefono e per la tv e non si � mia avverata. Inoltre, internet e il giornale sono due cose diverse.”

Il giornale infatti, secondo il direttore di Repubblica, ha uno spirito e un compito diverso. “Il giornale” – conclude – “attraversa la giornata, poi si volta indietro e tenta di ricostruirla”.

Ecco invece come noi abbiamo ricostruito la storia di Repubblica con Ezio Mauro.

Alla nascita Repubblica si presentava come un nuovo giornale, sia per il lato estetico che per i contenuti. A distanza di anni cosa caratterizza ancora Repubblica?

Repubblica � un giornale che ha dentro di se il genoma della modernizzazione e dell’innovazione. E’ il primo giornale che ha avuto questo formato, il primo giornale che ha abolito la terza pagina quando Scalfari era direttore. Negli ultimi anni � stato il primo giornale ha introdurre il colore e ad aprire uno spazio informativo su internet. Per cui questa “condanna” all’innovazione, lo dico in senso positivo, continua e stiamo ancora progettando delle altre cose.

Facciamo un passo avanti. Negli ultimi mesi il mondo ha dovuto fare i conti con gli attacchi terroristici. Come ha vissuto questa esperienza sia sul piano professionale, come direttore di una grande testata, che sul piano umano?

E’ stata un’esperienza molto coinvolgente sotto l’aspetto professionale e sotto l’aspetto emotivo e politico. Ci ha costretti a fare delle riflessioni: io ho scritto il fondo quel giorno senza sapere esattamente che cosa era accaduto e a chi poter imputare questa vicenda. Con la consapevolezza, come ho scritto quel giorno – quella frase che poi tutti hanno detto e ripetuto – “niente sar� pi� come prima”. E’ una riflessione che non � ancora finita.

Invece con gli ultimi attacchi e con le cosiddette “nuove BR”, sar� tutto come prima? Come si pone il giornalismo rispetto a questi nuovi eventi?

Intanto il pericolo del terrorismo oggi non � paragonabile a quello degli anni 70, quando esisteva un insediamento, una diffusione molto pi� larga di quella di oggi. Il giornalismo deve naturalmente difendere la istituzioni e deve raccontare tutto ci� che accade perch� il cittadino ha diritto di essere informato sui fatti e deve ricordarsi della lezione che ha attraversato negli anni 70. La mia generazione che ha vissuto quell’epoca vede riprodursi, purtroppo, alcuni degli elementi che erano tipici degli anni 70. Naturalmente, ripeto, il pericolo non � quello di allora per cui credo che il paese sapr� sconfiggere anche questa risorgenza di terrorismo.

Le ultime rivendicazioni stanno arrivano via internet prima che sui giornali. E’ un fatto puramente tecnico o i giornali sono messi un po’ da parte? Non c’� certo una corsa ad accaparrarsi le rivendicazioni. Speriamo di non dover dare mai queste notizie. Si usa internet perch� si ritiene di correre meno rischi e di avere una diffusioni pi� ampia. Sarebbe invece auspicabile che avessero lasciato delle tracce su internet.

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Intervista con Derrick De Kerckhove: dal villaggio globale a quello cognitivo

  Studente del grande sociologo e teorico della comunicazione Marshall McLuhan, Derrick De Kerckhove ne � considerato l’erede intellettuale. Insegna all’Universit� di Toronto, dove dirige il McLuhan Program in culture and technology. Seguendo le orme del maestro, da anni si occupa delle interazioni tra la tecnologia e il corpo, i media e la cultura, l’arte e la comunicazione. I suoi studi sperimentali sul rapporto tra cervello umano e nuove tecnologie comunicative mostrano il futuro dell’informazione nell’era telematica. L’abbiamo incontrato al convegno “Professione Giornalista: Nuovi Media, Nuova Informazione”, organizzato per la Federazione Nazionale della Stampa Italiana a conclusione del 23� Congresso Nazionale della Stampa Italiana.

Nel corso della conferenza ha fatto riferimento al concetto di villaggio globale. Ha detto per� che oggi il vero villaggio globale � quello cognitivo. Ci spiega meglio?

Oggi il �villaggio globale� di Marshall McLuhan � superato: siamo diventati tutti individui globali grazie alle nuove possibilit� di accesso alle comunicazioni satellitari e alle nostre infinite connessioni globali via internet. La globalizzazione non � una cosa che riguarda la finanza e l’economia, ma la psicologia, lo stato mentale e la percezione. Per questo � interessante studiare i punti di intersezione tra i vari media. La globalizzazione di cui tanto si parla � una cosa prima di tutto di psicologia, tanto per i talebani che per noi. Ad esempio l’attacco dell’11 settembre � stato un momento cognitvo assolutamente globale, in particolare i 18 minuti ( fra il primo e il secondo attacco). E’ stato un momento di riconoscimento assolutamente generale. Era successo prima con la morte di Lady Diana.

Si occupa da anni dello studio delle psicotecnologie? Ce ne vuol parlare meglio

Psicotecnologie, cio� il rapporto tra tecnologie e organizzazione mentale cio� di come si fa il pensiero. E oggi, come dicevo prima, siamo pi� che mai siamo in un mondo cognitivo, in un acognitivit� mondiale. Io penso che le psico-tecnologie siano le tecnologie che estendono la mente, come l’automobile � la tecnologia che estende il piede e la pelle � la tecnologia che estende la mano. Lo schermo, adesso, ci d� due forme di �mentalit�: una, quella della TV, che � pubblica e l’altra, quella del computer, che � privata. I contenuti per l’immagine sullo schermo sono trattati da me attraverso il computer, mentre nel caso dell’immagine televisiva tutto � creato dalla produzione esterna. In entrambi i casi, comunque, si tratta di estensioni della mente, estensioni della psicologia ovvero di psico-tecnologie. Internet � proprio una forma di estensione dell�intelligenza e della memoria privata ma fatta collettiva.

Durante il congresso a fatto riferimento a Neil Postman nel libro “Divertirsi da morire”. Postman affermava che il vero pericolo oggi � quello da eccesso d’informazione. E’ daccordo con questa affermazione? 

Io mi riferivo a Postman durante il convegno riprendendo il suo titolo del suo libro. Il ruolo di ambasciatore del giornalista oggi � adombrato dal pericolo di morte.C’era un tempo in cui i giornalisti si “divertivano da morire” adesso si devono confrontare con la morte. E alcuni hanno perso la vita. Comunque, tornando all’affermazione di Postman, non sono affatto daccordo. Il nostro cervello � capace di gestire tutte queste informazioni. Moltissime sono le cose possibili nella nostra mente, e Internet � una mente collettiva. E’ una memoria collettiva. L’accesso a una pagina del Web � un’attivit� equivalente a quella di richiamare un’immagine nella mente. E’ la stessa cosa. E io sono convinto che questo accesso alla memoria globale della rete sia un accesso intelligente. Non � affatto caotico, come qualcuno sostiene: � un accesso molto pi� potente della nostra sensibilit� individuale.

Ha ancora senso parlare di giornalisti professionisti con l’arrivo del web? Si pu� conciliare questa professione con la libera informazione?

Oggi tutti sono giornalisti. Come diceva Marshall, tutti possono diventare editori con il web. E’ vero che ci vuole talento. Ognuno ha la possibilit� di farsi il suo giornale e di creare una comunit� di lettori. I contenuti sul web continueranno a crearsi e a ricrearsi, non ci sar� la possibilit� di imporre nulla, si impone solo il codice che deve essere open source. Internet � e rimane un dominio pubblico.

Ma la presenza della carta stampata non perder� la sua importanza. E’ molto importante perch� � importante la lettura della lettera fissa. Perch� sulla carta stampata la lettera � fissa. E la lettera fissa � pi� importante della lettera mobile: la lettera fissa garantisce l’individualit�, mentre la lettera mobile, l’oralit� � tribale. Pi� mobile � l’immagine pi� si rimane imprigionati da questa mobilit�. Il solo punto in cui il pensiero � fisso � sulla carta stampata. Sugli altri media, sulla voce, nel pensiero, sullo schermo, su tutto la parola umana � fluido. Sullo schermo � cos�, anche se ci fosse una pixellizzazione monumentale non ho mai il possesso dello schermo e il totale possesso della parola come nella carta stampata. Ogni medium crea un suo tipo non solo di pubblico ma anche di configurazione mentale.

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